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La nuova grammatica del design contemporaneo

Nel dicembre del 2016, in una intervista pubblicata dal Corriere della Sera, Enzo Mari definì come ‘degradata‘ l’attuale generazione di designer e quindi non meritevole di avere in eredità il suo archivio di progetti. Dopo aver letto quelle parole, pensai che ci fosse il bisogno di capire meglio quella generazione di designer così odiata dal proprio padre-Maestro: in questi anni sono andato ad incontrarli realizzando più di una trentina di interviste.

Qui sintetizzo alcune caratteristiche che ricorrono e definiscono la nuova generazione di progettisti.

Design liquido

Chi si affaccia oggi al design interpreta una società insicura, emotiva, veloce. Una realtà completamente diversa rispetto a quella del Novecento caratterizzato da una forte fiducia nel futuro e da una vicinanza a ideologie forti e cambiamenti molto più dilatati nel tempo. La nostra società si è trasformata da ‘solida’ a ‘liquida’.

I designer nel secolo scorso cercavano oggetti definitivi, permanenti, basando la loro ricerca su fondamenti logici, scientifici, razionali. L’attuale generazione progetta dispositivi modificabili, elastici, volutamente incompleti: tutto si deve adattare continuamente ad un futuro incerto. Si abbandonano metodi scientifici e se ne utilizzano di empirici, basati sull’intuizione. La ricerca dell’archetipo lascia il posto alla sperimentazione di forme sostituibili.

Fine del totem razionalista

Punto di riferimento dei designer dello scorso fine secolo è stato il Razionalismo e più in specifico la scuola del Bauhaus. Alcuni designer ne hanno sposato i princìpi e la filosofia cercando di darne una propria interpretazione, come ad esempio Magistretti, Mari, Castiglioni, Mangiarotti: altri invece ne hanno contestato i valori fondanti opponendo idee in antitesi, come ad esempio i movimenti Radical, Sottsass, Mendini, Aldo Cibic. Appoggiato o contestato, il totem di riferimento è sempre stato il razionalismo e i suoi valori.

La nuova generazione di designer trova questo dibattito non più adeguato ai tempi. Il design è prima di tutto un mezzo per inviare messaggi, il rapporto tra forma e funzione non è più centrale. Il progetto deve avere qualcosa da dire, non essere per forza formalmente bello o avere una funzione da svolgere.

Contro l’oggetto

Il designer del secolo scorso aveva l’obiettivo di progettare oggetti fisici, concreti, reali. Oggi il designer si trova svincolato dal realizzare prodotti: il suo approccio alla disciplina si è emancipato dall’utilizzo della forma o della materia. Lo scopo è quello di realizzare sistemi di riflessione, ricerca, speculazione.

L’industria non è più l’unico interlocutore: il designer lavora anche per musei, fondazioni scientifiche, contesti culturali e di ricerca, a volte anche personale. Per un designer realizzare oggetti è una delle tante opzioni possibili, non l’unica.

La professione è radicalmente cambiata perché nuove sono le esigenze e le risposte che la società richiede. A chi si affaccia oggi alla disciplina viene chiesto di darne una propria definizione e non una semplice interpretazione.

Per capire la nuova generazione di designer non basta più cercare di comprenderne i nuovi linguaggi, ma essere in grado di aggiornare una intera nuova grammatica. Le regole alle quali siamo stati abituati per molti anni sono cambiate: ‘degradata non è l’attuale generazione, ma la chiave con cui spesso abbiamo cercato di capirla.

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