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George Sowden: il designer totale

Inglese d’origine ma milanese d’adozione, George Sowden (Leeds, 1942) è stato uno dei fondatori di Memphis. Da sempre disegna oggetti per l’industria. È grazie a Ettore Sottsass, con cui inizia a lavorare nel 1970, che entra in contatto con Olivetti. Nel 1979 apre il suo studio attraverso il quale svolge attività di consulenza per il design industriale, occupandosi del prodotto dal punto di vista delle logiche produttive ed estetiche. Nel 1991 vince il Compasso d’Oro per il fax OFX420 di Olivetti e nel 2010 crea il suo marchio: Sowden. Lo abbiamo incontrato per capire come coniuga il suo interesse personale per la collaborazione con artigiani e piccole aziende alla pratica del disegno e della decorazione, che nasce negli anni Settanta e continua ancora oggi.

Come sei arrivato in Italia? Qual è stata la decisione che ti ha spinto a scegliere il Bel Paese?

Avevo visto su Domus un reportage su Carnaby Street a cura di Ettore Sottsass, della serie Memorie di panna montata, che mi era piaciuto molto. Allora gli ho scritto una lettera e lui mi ha chiamato a lavorare nel suo studio. Mi ha introdotto in Olivetti e lì (dal 1970 al 1990) ho capito come funziona il sistema della produzione industriale disegnando, come designer (cioè nella prospettiva della forma finale), i primi computer, che a Sottsass non interessavano in modo particolare. La sfida era dare un’identità a un prodotto che non era mai esistito e che il marketing pensava fosse una semplice macchina per scrivere e da calcolo elettrica… Nel 1975-’78, quando ancora nessuno badava ai computer, perché non si comprendeva bene cosa fossero, ho disegnato il primo computer terminale con tastiera indipendente (il System L1). La stessa cosa è avvenuta dieci anni dopo, quando ho affrontato il tema del fax, in cui nessuno si cimentava, con cui ho vinto un Compasso d’Oro nel 1991 (Fax OFX420). È stato molto difficile dare una figura, un’identità al computer dividendo le componenti video e tastiera anche rispetto all’ergonomia del suo utilizzo. Insieme all’attività per Olivetti avevo però la libertà di dedicarmi a progetti non ‘olivettiani’. Avevo una fissazione per il concetto di decoro che negli anni Settanta era un tabù e che tutta la mia produzione parallela a quella industriale ben documenta.

Nel 2010 hai fondato il brand Sowden con cui hai disegnato tanti oggetti per il tableware che in qualche modo ripercorrono tipologie esistenti. Tra questi la caffettiera di ceramica, cui sono ormai affezionato usandola ogni giorno, che in realtà inventa un nuovo oggetto. Sei d’accordo?

Sì, la mia caffettiera in effetti non esisteva. L’idea del caffè a infusione proviene dalla tradizione del tè, ma in realtà qualsiasi cosa che si trasforma in bibita si ottiene per infusione. Dall’inizio del secolo scorso, il caffè ha subito varie e grandi forzature; in questo senso, secondo me, l’espresso è il frutto di un’invenzione finalizzata ad abbreviare i tempi lunghi necessari alla caffettiera napoletana. Nel bar il caffè doveva essere prodotto velocemente con la macchina a pressione che consentiva la spinta dell’acqua calda, più rapida rispetto alla caduta per gravità nella napoletana. La moka è in un certo senso la traduzione domestica dell’espresso da bar. La mia caffettiera, invece, si basa sull’infusione del caffè, a differenza del caffè filtro americano: il filtro di carta infatti priva il caffè anche del suo aroma e del suo gusto. Prima di tutto io volevo disegnare una nuova caffettiera che si distaccasse dalle tipologie precedenti, anche superando tutte le ‘complicazioni’ date dalla temperatura, dalla quantità, dalla pressione eccetera. Avevo iniziato così a fare esperimenti con filtri metallici che però, non essendo sufficientemente fini, lasciavano passare il caffè creando un fondo non gradevole. Ma il gusto era buono, mi convinceva. Il grande problema del caffè consiste infatti nel separare la polvere dall’acqua, esigenza che invece non sussiste per il tè. Credo che la cosa peggiore per il caffè sia stata l’invenzione, nel Novecento, della cialda e della capsula di alluminio, a cui corrisponde, per il tè, quella della bustina. Il tè va preso dopo che le foglie si sono aperte rilasciando il loro sapore e il profumo nell’acqua calda, e il caffè va bevuto senza carte e capsule che ne alterino il gusto. Comunque, alla fine, il miglior caffè è quello che ti piace.

Quindi come è stata concepita la caffettiera Coffee della Sowden?

Una brocca di ceramica, che è un materiale eccellente per mantenere la temperatura; un filtro di acciaio microforato (con fori da 150 micron, più piccoli del granello del caffè macinato il più fine possibile) e un coperchio di plastica colorata, che negli ultimi modelli si presenta a doppio strato con un’intercapedine d’aria per mantenere la temperatura.

Per la tua caffettiera hai però ingegnerizzato il prodotto nel suo intero ciclo, non hai fatto solo il designer delegando ad altri le questioni tecnologiche e produttive, come per esempio è stato per i progetti di Olivetti.

Sì, dopo l’esperienza Olivetti, negli anni Novanta lavoravo per imprese legate al mercato della globalizzazione, che avevano cioè scelto di vendere artefatti prodotti da altre aziende mettendovi il proprio marchio. Da Alessi ad Apple, solo per rimanere alla prima lettera dell’alfabeto, grandi brand vendono oggetti prodotti da terzi. È il contrario di quello che succedeva in Olivetti, dove ogni pezzo era realizzato internamente. Le aziende progettano artefatti, ma la produzione avviene altrove. Quindi mi veniva chiesto non solo il design dell’oggetto, ma anche la sua ingegnerizzazione rapportata ai costi e alle possibilità di produzione. Allora, se dovevo curare tutto il ciclo produttivo, conoscendo bene la Cina e le sue possibilità, a un certo punto ho pensato che tutto quello che facevo per i miei clienti avrei potuto farlo per me stesso e nel 2008 ho pensato di creare la Sowden.

Quali sono stati i primi oggetti realizzati dalla Sowden?

Ho iniziato affrontando il tema del tè e del caffè: quindi teiera e caffettiera. Quest’ultima è in grado di assecondare il gusto del fruitore, consentendo di dosare il caffè e il tempo infusione, e quindi l’intensità. Una cosa di cui non ho tenuto conto in questo progetto – e che ho scoperto dopo – è che il caffè ha una componente solubile del 30%; ma solo il primo 20% è la parte buona da estrarre e da trasformare in bevanda, il restante 10% è una componente amarissima e sgradevole che rovina il gusto e l’aroma. Così, quando il caffè espresso viene fatto male, può risultare troppo denso e amaro (sovraestratto) oppure troppo liquido e acquoso (sottoestratto). La macchina espresso estrae il caffè in circa 15 secondi offrendo un margine di circa due secondi per ottenere l’estrazione ottimale. Con l’infusione, invece, dopo cinque minuti si ricava la componente buona del caffè (il 20%) e prima di estrarre il rimanente 10%, amaro e sgradevole, occorre aspettare sino a trenta minuti. In questo modo la mia caffettiera garantisce in modo più semplice la buona qualità della bevanda. Non avendola ‘progettata’, trovo comunque che questa proprietà di Coffee sia in realtà molto importante, al di là dell’aspetto formale di un oggetto quotidiano che intende proporsi come attrattivo ed empatico.

Quanto conta oggi per te il valore semantico dei tuoi progetti, il loro impatto emozionale?

Io mi sono formato negli anni Sessantaal Gloucestershire College of Art, dove insegnavano il design e l’architettura modernisti ricordando il periodo ‘eroico’ della Bauhaus. Era una scuola molto pragmatica in cui teoria e pratica si muovevano in parallelo. Quando sono arrivato in Italia da Sottsass nel 1970, ho respirato una sorta di libertà dall’ideologia modernista che poi Memphis ha distrutto in modo definitivo. Non tanto attraverso il suo ‘stile polilinguistico’ (eravamo un gruppo), quanto proprio attraverso la libertà espressiva che Memphis mise al centro del suo programma. Con Memphis potevo fare quello che volevo, e quando puoi fare quello vuoi, tutto dipende dalla tua sensibilità, dalla tua capacità e creatività. In questo senso quello che faccio oggi ha la stessa libertà e spontaneità di allora, un atteggiamento che mi ha accompagnato per quarant’anni, anche se ora sono cambiate le tecnologie. Alla fine, se quello che fai ha un senso e un valore rilevante, rimane, altrimenti è destinato a scomparire: è la società a deciderlo.

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